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  • Sono una giornalista. Faccio parte della redazione di Glamour e collaboro con varie altre testate (Nigrizia, Manifesto, Popoli). Sono molto interessata a: Africa, Bangladesh, Islam, immigrazione. Ho un...
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Sudafrica. I poveri bianchi

14vota

Sudafrica. I poveri bianchi

A tempo debito non avevo potuto pubblicare quasi nulla sulle tensioni legate all'immigrazione sudafricana. In compenso, Popoli (novembre 2005) aveva ospitato un lungo articolo sugli afrikaners caduti in miseria dopo la fine dell'apartheid.
A corredo, inserisco alcune foto che una misteriosa e irreperibile charity nata per aiutare i poveri bianchi (ho tentato varie volte di contattarla, ma nessuno ha mai risposto alle mie email) aveva messo in rete.


Johannesburg  - Un uomo, di età indefinibile, con l’aria dimessa e gli abiti logori, spinge un piccolo carrello lungo i viali ombreggiati di Troyville. Questo quartiere, poco distante dal centro di Johannesburg, durante l’apartheid, era abitato prevalentemente da italiani. Ora è passato ai neri della meddle class ed è difficile incontrarvi persone che non abbiano la pelle nera. L’uomo però è indiscutibilmente bianco e sul carrello trasporta tutte le sue cose. È un homeless, un barbone o, per dirla in afrikaans, un armblank: un povero bianco. Fino a una decina di anni fa, una scena del genere sarebbe stata impensabile. Oggi, nel panorama urbano del nuovo Sudafrica, appare plausibile.
Nella maggior parte dei casi, la minoranza bianca continua a vivere in una situazione di privilegio economico. Ma c’è una fetta di questa minoranza, complessivamente poco più del dieci per cento, che si è risvegliata povera. Capita dunque di vedere bianchi che chiedono la carità ai semafori o che si improvvisano parcheggiatori, che aspettano in fila alla mensa dell’esercito della salvezza o lasciano, al mattino presto, gli ostelli dei poveri. Come l’uomo del carrello.
Secondo l’Istituto di Ricerche sulla Sicurezza, negli ultimi dieci anni, il tasso di disoccupazione è quasi raddoppiato tra i bianchi. “Circa 150mila persone (pari al 3,5 per cento) vivono sotto quella che è considerata la soglia di povertà sudafricana. Hanno un reddito inferiore, cioè, ai 1200 rand al mese, che sono, più o meno, l’equivalente di 180 euro”, dice Lawrence Schlemmer, direttore della Fondazione Helen Suzman di Johannesburg, che segue da tempo la questione.“Ce ne sono poi altre 300mila che, pur non potendo essere considerate formalmente povere (dal momento che contano su uno stipendio mensile superiore ai 3000 rands, circa 400 euro), non sono però più in grado di mantenere il tenore di vita a cui erano abituati. In molti hanno lasciato la propria abitazione per trasferirsi in zone meno care, in estrema periferia e nelle township nere. C’è anche chi si è adattato a vivere in un garage”. Gli operatori sociali evidenziano che, per non cambiare standard di vita, molte donne hanno deciso di prostituirsi. Talvolta con il consenso del marito o dei figli. Tra i giovani sarebbero diffuse le adesioni alle sette sataniche. Tra gli adulti l’alcolismo. Un quadro a tinte fosche, insomma. Anche se, come sottolinea Schlemmer, “si tratta sicuramente di numeri e realtà lontane dalla povertà dei neri”.
I poveri bianchi sono sparpagliati su tutto il territorio e questo permette al fenomeno di mimetizzarsi e passare relativamente inosservato. Ci sono dei luoghi, però, dove si vanno registrando delle vere emergenze. La stampa locale, per esempio, ha dedicato un certo spazio a Vanderbijlpark, una città dormitorio a sud di Johannesburg. Gli abitanti di Vanderbjlpark erano quasi tutti impiegati all’Iscor, la più grande acciaieria del Paese, un’azienda pubblica che, durante l’apartheid, aveva assicurato lavoro e alloggio a un grande numero di bianchi, anche a quelli privi di particolari qualifiche professionali. Come d’altra parte facevano tutte le aziende pubbliche in quegli anni. Con la fine dell’apartheid, i bianchi cessarono di essere una categoria protetta e quando all’Iscor, in seguito alla privatizzazione, furono tagliati 16mila posti di lavoro, moltissimi furono lasciati a casa. A Vanderbjilpark è sorta così, nel giro di poco tempo, una baraccopoli “for whites only”, che è diventata il simbolo di questa nuova povertà.
In una township nera, un’area come questa sarebbe definita, senza problemi, “squatter camp”, un accampamento abusivo. Ma gli armblank di Vanderbijlpark preferiscono chiamarla “camp transit”, campo di passaggio. Il ritocco verbale non modifica la sostanza delle cose: le case dove vivono questi ex impiegati rimangono alloggi di fortuna e costruzioni abusive, spesso senza acqua, elettricità, servizi. Ma sono tutte rigorosamente separate da quelle dei neri. I bianchi poveri, in genere, sono fervidamente razzisti: è una forma di difesa, il baluardo a cui si aggrappano per non cedere alla disperazione. “Le nostre case devono stare qui e quelle dei keffir (come vengono chiamati dispregiativamente i neri, ndr) laggiù”, dice con irritazione una giovane donna disoccupata. “Perché i neri poveri saranno sempre molto più in basso di noi, anche se siamo poveri”.

La crisi degli armblank, per quanto strano possa sembrare, è soprattutto esistenziale. Potrebbero, se volessero, attenuare il proprio disagio (almeno dal punto di vista materiale) chiedendo l’assistenza dello Stato. Non lo fanno quasi mai: per ignoranza e per orgoglio. Non riconoscono l’autorità di un governo che considerano responsabile della loro disgrazia. “D’altra parte è anche vero che gli aiuti che lo Stato può mettere a disposizione sono esigui”, osserva Schlemmer. “Il Sudafrica non ha le possibilità di intervento di un Paese europeo”.
C’è chi ritiene che il caso Vanderbijlpark sia stato montato ad arte proprio per mettere in difficoltà il governo. L’Afrikaner Freedom Front Plus (un partito politico di conservatori e nostalgici) denuncia l’esistenza di un razzismo al contrario. In particolare, sotto accusa è l’Affirmative Action, la legge che ha favorito l’insediamento dei neri nei posti da cui, per decenni, erano stati esclusi: per esempio, gli uffici pubblici, i tribunali, il mondo accademico.
È vero: l’Affirmative Action non ha mancato di sollevare perplessità. Ma la maggior parte dell’opinione pubblica, anche all’estero, concorda sul fatto che sia stato e, forse, è ancora uno strumento necessario. “In più di un’occasione mi sono sentito dire dai bianchi: padre, per i nostri figli adesso non c’è futuro in Sudafrica, non c’è lavoro, non c’è la possibilità di fare una carriera nel pubblico”, dice Efrem Tresoldi, missionario comboniano e direttore della rivista WorldWide. “Tutto questo è molto triste. Ma credo che questa situazione debba essere paragonata a quella del pendolo. Prima c’era un eccesso in una direzione. Adesso, per riequilibrare finalmente il tutto, ci si deve sbilanciare un po’ nell’altra”. Inoltre, il fenomeno degli armblank non appare tanto una conseguenza dell’Affirmative Action quanto della fine del welfare state riservato ai bianchi che aveva caratterizzato il regime dell’apartheid.
Thabo Mbeki, il presidente del Sudafrica, interpellato sull’argomento, ha riconosciuto l’esistenza del problema e asserito di volersi impegnare per fronteggiarlo. Ma non è ancora chiaro che cosa intenda fare in concreto. “Sarebbe auspicabile che i bianchi benestanti cercassero di aiutare quelli indigenti”, dice Schlemmer. “Nel frattempo, a farsi carico della situazione sono le organizzazioni religiose e quelle assistenziali private”. Che non sempre, però, agiscono in modo disinteressato. In alcuni casi, infatti, alimentano e strumentalizzano in chiave politica il risentimento degli armbalnk.

http://stefaniaragusa.blogspot.com/2008/05/sudafrica-i-poveri-bianchi.html
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