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Bangladesh. Tra i neri del Bengala

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Bangladesh. Tra i neri del Bengala

Tra i neri del Bengala
Hanno la pelle scura, il naso schiacciato, le labbra carnose, i capelli crespi. L’osservatore distratto  potrebbe pensare di trovarsi di fronte a discendenti di neri africani, portati dagli inglesi nel subcontinente indiano.  A uno sguardo più attento, i Munda rivelano invece la propria vicinanza agli aborigeni australoidi. Ed è probabile, infatti, che siano arrivati dal sud, in un periodo in cui esisteva un collegamento terrestre tra l’India e l’Australia. Anche se, tra gli studiosi, c’è chi li considera autoctoni. Quel che è certo è che questi tribali, dalle caratteristiche somatiche inconfondibili, vivono oggi nell’India del Nord e in Bangladesh, e continuano a esprimersi usando una lingua, il kolarian, assai diversa dal bengali e dall’hindi.

La società munda è paterlineare, ma il rapporto tra uomini e donne è centrato sulla collaborazione e sul rispetto. Una sorta di rituale, che ricorre in occasione dei matrimoni, evidenzia bene questo aspetto. Lo sposo sale sul tetto della capanna e simula uno stato di disperazione, dicendo di aver paura di non farcela a sostenere la responsabilità della famiglia. La sposa lo convince a scendere dicendogli che non deve preoccuparsi, perché lei lo aiuterà in caso di bisogno. E non è solo teoria. Non c’è una divisione rigida tra spazi maschili e femminili ed è assai frequente vedere uomini e donne, nei campi, che lavorano insieme.
In India i Munda sono concentrati nel distretto di Ranchi. Hanno una consistenza numerica che li ha messi in condizione di esercitare una pressione politica. Non a caso, oggi, i loro diritti sono riconosciuti e, tra i cardinali indiani, c’è anche un munda.
In Bangladesh, invece, sono una minoranza tra le più discriminate:  perché “fuori” dal sistema delle caste e per il colore della pelle. Da queste parti il nero è considerato brutto e squalificante. “Come altri tribali, sono sempre stati disprezzati anche per le abitudini alimentari. Mangiano lumache e topi. Cose che disgustano i bengalesi”, spiega Luigi Paggi, un missionario saveriano che da diversi anni lavora con i munda. “Lo status di non-persone è confermato dall’appellativo usato anche dagli organi di stampa o nei documenti ufficiali per riferirsi a loro. Li chiamano “buno”, cioè selvaggi, o “upojati”, cioè sottorazza. Una condizione peggiore di quella degli stessi fuori casta. Che, pur confinati sullo scalino più basso e considerati impuri, fanno comunque parte della società”.

I Munda del Bangladesh, con ogni probabilità, sono arrivati dall’India, più o meno due secoli e mezzo fa, portati -  loro sì - dagli inglesi. Che avevano bisogno di braccia forti ed esperte (naturalmente indigene), per strappare campi da coltivare e terreni edificabili alla giungla e alle tigri. I Munda, abili tiratori di frecce, abituati a vivere nella foresta, sembravano essere fatti apposta per attendere a questo compito. La loro emigrazione cominciò così e la ricompensa fu il riconoscimento della proprietà su piccoli appezzamenti nelle zone disboscate. Da nulla tenenti divennero  proprietari terrieri. Gli inglesi, contestualmente, emanarono una legge che vietava ai non munda di acquistare proprietà dei munda. Era una misura cautelativa per evitare che questi tribali, ingenui, analfabeti e inclini a scegliere l’uovo oggi piuttosto che la gallina domani, si facessero gabbare. “Ma i musulmani e gli indù escogitarono ben presto un sistema per mettere le mani sulle loro terre”, racconta Paggi. “Li convinsero a cambiare cognome, ad assumerne uno che, mimetizzando le origini, facilitasse la loro integrazione. In particolare, suggerirono il cognome Shardar, comune a indù e musulmani. E, in cambio di somme ridicole, riuscirono ad acquistare le terre che volevano”. I Munda si trovarono così sradicati, con cognomi  posticci e padroni di nulla. Privati anche dell’identità etnica e religiosa. Furono, infatti, classificati, come indù di bassa casta e, nonostante avessero una propria religione animista, fu loro imposto l’induismo. Non ci fu una persecuzione contro di loro. Almeno, non nel senso corrente del termine. Ma furono create le condizioni che li portarono a un inevitabile declino numerico e culturale.

Quanti Munda vivano oggi in Bangladesh non è dato sapere. Stando all’edizione più recente dello Statistical Pocketbook (che riporta i dati del Bureau of Statistics nazionale e può essere considerato quindi una fonte ufficiale) sarebbero appena 2112, concentrati nella divisione (regione) di Khulna. Ci sarebbero però ben 13.914 tribali, definiti genericamente buno, in quella di Rajshahi, al nord del Paese. Ma questi numeri non sono convincenti. A Shamnagar, che è una zona al confine con la foresta del Sunderbans ed è quella in cui Luigi Paggi risiede stabilmente, i missionari saveriani hanno potuto constatare, per esempio, la presenza di almeno 3500  munda che, per le autorità bangladeshi, non esistono. “Molto probabilmente si tratta dei figli e dei nipoti di un gruppo che era stato ingaggiato da proprietari terrieri musulmani per deforestare  in loco. Stando ai loro racconti, dovrebbero essersi trasferiti una quarantina di anni fa. A ridosso dell’indipendenza del Bangladesh. Sono venuti a vivere qui e sono rimasti ai margini della società. Senza diritti e dimenticati”.
E’ possibile che, in altre zone del Paese, altri gruppi abbiano avuto la stessa sorte. Ma è difficile saperlo con certezza: i contatti tra le tribù sono estremamente rarefatti. “I ‘miei’, per esempio, non hanno rapporti con i fratelli-buno di Rajshahi, (che, nel frattempo, sono diventati quasi tutti cristiani). Per fortuna, invece, il legame con l’India è stato mantenuto. E questo ci ha permesso di ottenere informazioni importanti per tentare il recupero delle radici”, osserva Paggi. Il suo lavoro,  in questi anni, è consistito, soprattutto, nell’aiutare queste persone a (ri)trovare la consapevolezza della propria storia, a (ri)scoprire una sorta di “orgoglio munda”. Senza chiedere conversioni in cambio.  “La prime volte che entravo nei villaggi, rimanevo sorpreso dalla ritrosia delle persone ad avvicinarsi.  Non avevano domande da fare e niente da mostrare. Sembravano addirittura non avere più memoria delle loro tradizioni. Un atteggiamento che non faceva che renderli ancora più invisibili agli occhi delle istituzioni”, racconta. “Adesso la situazione sta cambiando”. Chi scrive ha potuto constatarlo direttamente visitando, con padre Luigi e un altro missionario saveriano, Carlos Gonzales Delgadillo, un piccolo insediamento al limite della foresta. Una dozzina di capanne di fango e lamiera, con i tetti ricoperti di foglie, a pochi metri dal fiume, protette da un terrapieno. Siamo stati accolti con una grande tranquillità e abbiamo assistito e partecipato a una danza collettiva. Assolutamente estemporanea. Un’autentica danza munda, condotta dalle donne e accompagnata da strumenti musicali. Fino a qualche anno fa non sarebbe stato possibile: solo pochi anziani, infatti, erano in grado di ricordare balli e canzoni tradizionali e, in ogni caso, erano troppo intimoriti per svelarsi davanti a uno straniero.
Ma adesso i Munda di Shamnagar stanno ritrovando la memoria e si indignano per le “amnesie” degli altri. “Qualche mese fa c’è stato un incontro tra loro  e un gruppo tribale di Jessore (una città vicina), un gruppo affine  ai Munda ma, per così dire, non ancora coscientizzato”, racconta Paggi. “Quelli di Shamnagar si sono presentati con un senso di orgoglio, dicendo: “Noi siamo aborigeni munda “. Gli altri hanno risposto: “Noi siamo tribali, hindù, shordar”. Questa dichiarazione ha creato scompiglio. Tanto da indurre un anziano munda di Shamnagar a farsi dare il microfono. “E’ la prima volta che parlo con un arnese come questo e non so se sono capace”, ha detto. “Ma non posso fare finta di niente. Voi non potete aver dimenticato così le vostre radici!” E, a questo punto, ha cominciato a cantare una canzone. Un’anziana del gruppo di Jessore l’ha riconosciuta e si è unita a lui. E’ stato un momento molto importante ed emozionante per le due comunità”.
E c’è un altro segnale di cambiamento, infine, forse meno suggestivo ma assai promettente. Riguarda il famigerato cognome Shordar: molti lo stanno rigettando per ripristinare l’originario e inequivocabile Munda.

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